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Un incontro incredibile.

Trachypterus01La scorsa primavera ho fatto una passeggiata al mare, vicino casa. Sono andato al porto di Gallipoli, una magnifica cittadina italiana sulla costa del Mare Jonio, in Puglia. A causa dell’overfishing e del riscaldamento globale, come accade ormai da qualche primavera, si è verificato un blooming planctonico eccezionale, con miliardi di ctenofori del genere Salpa e di meduse Aurelia aurita che hanno popolato il mare rendendolo simile a un paesaggio fiabesco. Anche il porto ne era pieno e, fra le barche all’ormeggio, la mia compagna ha notato e mi ha indicato qualcosa di strano.

Era un pesce dalla forma inconsueta, che si muoveva in modo sbalorditivo. L’ho riconosciuto subito, ricordando un vecchissimo manuale di ittiologia, scritto quando non si usavano fotografie bensì disegni acquerellati. Si trattava del ribbonfish, noto con il nome scientifico di Trachypterus trachypterus. L’animale era di una bellezza incredibile, con il corpo estremamente appiattito in senso laterale, il primo raggio della pinna dorsale lunghissimo, terminante con un lembo di tessuto bioluminescente di color rosso mattone e le pinne trasformate in enormi espansioni quasi trasparenti, che sembravano piuttosto ali. Il corpo, lungo circa 40 centimetri, era colore acciaio cromato con iridescenze e bioluminescenze di ogni colore, che rendevano il pesce uno spettacolo che difficilmente scorderò per tutta la vita.
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Sono corso a casa, distante 10 km, ho montato l’attrezzatura (Nikon d300 con obiettivo Nikkor 16-85 in custodia Seacam, 2 Seaflashes 150 e
superdome) e sono tornato al porto. Incredibilmente il pesce era ancora lì, a caccia di piccole prede, appena sotto la superficie del mare. Sono entrato in acqua e, appena mi ha visto, mi è corso incontro mostrandomi tutte le pinne spiegate. Non sembrava un pesce, ma un angelo! Si è avvicinato tanto all’apparecchiatura da toccare il cristallo del superdome con il muso e si è prodotto in uno show fatto di pinne, movimenti e cambiamenti di colore improvvisi. Sono riuscito solo a scattare 12 immagini, poi, rapito da quello spettacolo, ho lasciato la macchinetta e per oltre un’ora siamo stati insieme.
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Gli scatti, dato il luogo e l’antiesteticità dello sfondo, costituito da carene di natanti, grovigli di cime e catenarie e pontili galleggianti, sono stati obbligatoriamente pensati come delle immagini su fondo scuro, il più possibile, anche in considerazione della lunghezza focale scelta per lo zoom, 20 mm. Infatti ho deciso di usare numero di diaframma molto elevato, tempo tra un1/90 e 1/125 di secondo e la potenza massima ai flash. Il risultato, posso dirlo, non mi ha lasciato troppi rimpianti…
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Questo pesce è rarissimo, è stato segnalato sporadicamente nel Mediterraneo e qualche altra volta nel mare del Giappone, del Messico, nel Pacifico e nell’Atlantico. Della sua biologia ed ecologia non si conosce quasi nulla, se non che raggiunge i tre metri e mezzo di lunghezza, colonizza le acque molto al largo e riesce a vivere anche 1200 metri di profondità. L’esemplare incontrato nel porto è un giovanile che differisce dall’adulto, per quanto ho potuto osservare confrontandolo con le rare pubblicazioni, soprattutto per le lunghissime pinne. Probabilmente ha uno sviluppo planctonico nei primi metri d’acqua, visto che nel porto ha dimostrato una tecnica perfetta di caccia ai pesci di superficie, poi con la fase adulta riesce a scendere anche nel piano mesolitorale fino a quote molto elevate. Il Dr. Angelo Mojetta, Direttore del Acquario Civico di Milano, mi ha confermato la classificazione e la straordinarietà dell’incontro, facendomi capire che statisticamente vedrò un analogo esemplare fra almeno due vite!!!
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Oggi, a otto mesi di distanza, non c’è giorno che non osservi le fotografie del pesce, ricordando ogni istante dell’incontro e le emozioni estatiche che mi ha regalato.

 

Testi e foto di Giuseppe Piccioli.